venerdì 4 aprile 2014

SEBASTIAO SALGADO - GENESI


 
«Ho terminato la realizzazione dei reportage di Genesi a quasi settant’anni. Mi hanno sfinito fisicamente. Ho affrontato climi molto duri, dai più freddi ai più caldi, e poi, soprattutto, ho percorso a piedi distanze enormi. In città, abbiamo l’abitudine di camminare su superfici piane, mentre quando si è nella foresta con gli indios, si cammina su terreni instabili, si scavalcano tronchi d’albero. A volte, ve ne sono di talmente grandi che per passare, bisogna sedersi sopra e scivolare rotolando dall’altra parte. Si cade molto spesso. Gli indios, invece, non cadono mai. Il primo giorno in cui si cammina nella foresta, si è stremati: si sente che si sono attivati muscoli che non lavoravano più da quando si era bambini. Certi muscoli, poi, non sapevo nemmeno di averli. Riassumendo, direi che se per la mente è uno stato di grazia, per il corpo è un castigo. Dopo otto anni, ero stanco sì, ma interiormente rigenerato. Per In cammino, avevo affrontato quanto vi è di più duro e violento nella nostra specie e non credevo più nella possibile salvezza del genere umano. Realizzando Genesi ho cambiato idea.
Shamans, Xingu, 2005 - © Sebastião Salgado
Per prima cosa, ho incontrato il pianeta. Avevo già girato il mondo, ma questa volta ho sentito che ci stavo entrando dentro. Ho contemplato la nostra terra dalle cime più alte agli abissi più profondi: sono stato ovunque. Ho scoperto la parte minerale, vegetale e animale e poi, ho potuto vedere noi esseri umani come eravamo all’inizio dell’umanità. Una contemplazione molto confortante, perché l’umanità delle origini è molto forte, particolarmente ricca di qualcosa che poi abbiamo perso diventando urbani: il nostro istinto. È proprio il nostro istinto che permette di sentire e prevedere molte cose, un cambiamento di temperatura o altri fenomeni climatici attraverso l’osservazione del comportamento animale. In realtà oggi, stiamo abbandonando il nostro pianeta; perché la città è un altro pianeta. Ho visto ciò che eravamo prima di lanciarci nella violenza della città, dove il nostro diritto allo spazio, all’aria, al cielo e alla natura si è perso fra i muri delle case. Abbiamo eretto barriere che ci separano dalla natura. Di colpo, non siamo più in grado di vedere, di sentire… Di osservare un uccello dal vetro della finestra e immaginare che sia l’innamorato di un altro uccello con cui fa l’amore, che ami i suoi piccoli, che si sia costruito il nido su quell’albero, che la sua vita dipenda dal vento. Non sappiamo più che ha un apparato fatto di pelle e piume in grado di proteggerlo dai raggi del sole, dalla pioggia e dalla neve. Non vediamo più, non sappiamo più queste cose.
Gold Serra Pelada, Brazil, 1986 - © Sebastião Salgado/Amazonas

Frequentando i popoli che vivono come noi abbiamo vissuto, ho riscoperto questo genere di meraviglie. E alla fine mi sono sentito molto arricchito. Se nel mio libro La mano dell’uomo
ero fiero di mostrare che noi umani siamo un tipo di animale molto abile a produrre, ho visto anche che con il nostro modo di vivere abbiamo fatto di tutto per distruggere ciò che garantisce la sopravvivenza della nostra specie. Non credo esista un grande creatore che ha ordinato la natura e l’intero universo vivente. Credo molto di più all’evoluzione e mi sento un discepolo di Darwin. Credo ci siano delle leggi e che le cose si costituiscano attraverso la dialettica, l’accumulo dell’esperienza e la maturazione. Tuttavia i processi di maturazione non evolvono tutti in senso positivo. Non siamo ancora capaci di spiegare il primo istante dell’inizio, ma possiamo già spiegare scientificamente il seguito. Genesi mi ha dato l’opportunità di misurare l’età del mio pianeta. Nel Sahara ho visto pietre tagliate 16.000 anni fa, in Venezuela montagne che hanno 6 miliardi di anni. Ci si rende conto che la vita possiede un’altra dimensione. In fondo, non è che un breve passaggio.

Penisola di Yamal, Siberia, 2011 - © Sebastião Salgado/Amazonas Images  


Genesi mi ha fatto prendere coscienza che a forza di allontanarci dalla natura per via dell’urbanizzazione, siamo diventati animali molto complicati e che diventando estranei al pianeta, diventiamo estranei a noi stessi. Ma non si tratta di un problema irrisolvibile; il rimedio passa attraverso l’informazione e sono felice di aver potuto dare il mio contributo. Mi piacerebbe far capire che la soluzione al pericolo corso dagli uomini e da ogni specie del pianeta non consiste nel tornare indietro, ma nel tornare alla natura. Del resto è quello che con Lélia facciamo in Brasile, ripiantando la foresta. Solo gli alberi sono capaci di assimilare tutta l’anidride carbonica che produciamo. L’albero è l’unica macchina che trasforma l’anidride carbonica in ossigeno. Quindi, la foresta assimila e trasforma il nostro inquinamento in legno: è straordinario. Tanto più che quando si pianta una foresta, la maggior parte dell’anidride carbonica viene assorbita nei primi vent’anni, quando gli alberi stanno crescendo.
Galápagos, Ecuador, 2004 - © Sebastião Salgado/Amazonas 


Con Lélia e nostri amici di Instituto Terra, abbiamo piantato 2 milioni di alberi. Abbiamo calcolato che, attualmente, siamo riusciti a catturare 97.000 tonnellate di carbone. Ma ciascuno può fare qualcosa, secondo le proprie possibilità. Basta sentirsi coinvolti. Lélia e io non siamo ricchi. Ci siamo rifugiati in Francia, abbiamo lavorato. La fortuna a volte ci ha aiutato e oggi siamo fieri di poter ripiantare questa foresta grazie al frutto del nostro lavoro e a coloro che ci hanno sostenuto. Ma soprattutto, grazie alla nostra energia, che proviene da una certezza: tornare al pianeta è l’unico modo per vivere meglio. Il mondo moderno, urbanizzato, è castrante, con tutte le sue regole e le sue leggi. Soltanto nella natura ritroviamo un po’ di libertà. Ecco che cosa abbiamo voluto mostrare con Genesi, i nostri libri e una serie di mostre presentate in tutto il mondo.
Penisola Antartica, 2005 - © Sebastião Salgado/Amazonas
 
È strano il modo in cui siamo arrivati a occuparci di ambiente. A volte mi chiedo per quale caso fortuito e mi rispondo che è stato il momento che vivevamo. Esattamente come in precedenza era stato il momento giusto per occuparci delle trasformazioni industriali e poi delle migrazioni. Per Lélia come per me, sarà sempre fondamentale condurre una vita che sia partecipe della propria epoca. Sarà sempre fondamentale restare attivi. Se ci chiediamo come siamo arrivati fin qui, guardando indietro ci rendiamo conto che è stata semplicemente la nostra vita a condurci dove siamo. La mia fotografia non è una forma di militanza, non è una professione. È la mia vita. Adoro la fotografia, adoro fotografare, tenere in mano la fotocamera, giocare con le inquadrature e con la luce. Adoro vivere con la gente, osservare le comunità e ora anche gli animali, gli alberi, le pietre. Per me la fotografia è tutto questo e non posso dire che siano decisioni razionali quelle che mi portano in giro a vedere il mondo. È un’esigenza che proviene dal profondo di me stesso. È il desiderio di fotografare che mi spinge di continuo a ripartire. Ad andare a vedere altrove.

A realizzare sempre e comunque nuove immagini».

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